All'inizio del 1600 fu scoperta, da parte di un certo Cascariolo di Bologna, la fosforescenza della polvere di conchiglie calcinate che fu chiamata fosforo di Bologna.
In seguito la fosforescenza fu messa in evidenza in molte altre sostanze, come nei solfuri di bario, di zinco, di stronzio e in molti altri solfuri alcalino-terrosi. Poiché con quei solfuri e con loro miscugli si poteva osservare per fosforescenza una grande varietà di colori, per mostrare il fenomeno si adoperavano sette tubicini riempiti di sostanze fosforescenti che emettevano i sette colori fondamentali dello spettro.
L'apparato che presentiamo veniva utilizzato per lo stesso scopo. Esso è costituito da una scatoletta di mogano lucidato (14,5 cm x 5,8 cm), annerita all'interno, che contiene, affiancati sul fondo, cinque tubicini di vetro molto sottili, leggermente schiacciati, lunghi una decina di centimetri, contenenti solfuri di calcio, di stronzio e di bario, opportunamente miscelati o puri, che esposti alla luce solare o a quella artificiale, si colorano, nell'ordine, di rosso, arancio, giallo, verde e azzurro e poi c'è il posto lasciato libero da un sesto tubicino mancante. In un foglietto attaccato al fondo della scatola è scritto in francese:
'Fosforoscopio - Fra tutti i corpi che hanno la proprietà di restare fosforescenti nell'oscurità dopo essere stati esposti alla luce, questo apparecchio contiene i più bei campioni.
Per rendere il fenomeno visibile bisogna esporre per qualche istante questa scatola alla luce elettrica, o meglio di una lampada a magnesio o del cielo e ritirarsi rapidamente in un ambiente buio. Questi fosfori artificiali sono dei solfuri di calcio, di stronzio o di bario.'

La denominazione di fosforoscopio data a quest'apparecchio è impropria in quanto con quel nome venivano indicati i dispositivi per misurare la durata dell'emissione.


Bibliografia:
Battelli - Cardani (s. d.), Vol. II, p. 547 - 549
Fleury - Mathieu (1966), Vol. V, p. 348
Landsberg (1979), Vol. II, p. 346
Persico (1932), p.659
Perucca (1949), Vol. II, p. 1017


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